• Ricci : Una Favola non a lieto fine • Review

 

RICCI MILANO : C’era una volta un’intransigente chef, accompagnato dal suo adorabile e discutibile cappellino 🎩 , simbolo di coronamento nel panorama della cucina. 

Proveniente da una famiglia dal sangue al gusto pomodoro, il giovane chef, fin dalla giovane età, fu spinto nel mondo del lavoro, aprendo ristoranti dai nomi eterogenei (Lupa, Esca, Casa Mono, Bar Jamón, Otto, Del Posto) e riscuotendo un grande successo in tutto il mondo. 

Arrivato in terre Italiane, lo chef decise di cimentarsi nel mondo dello spettacolo, solitamente mezzo molto funzionale per farsi un po’ di pubblicità, diventando uno dei tre temibili giudici di un noto programma di cucina, Masterchef, conquistando prima gli Stati uniti d’America (dal 2010) e approdando in italia un anno dopo. 

Venerato, odiato e discusso, il signor “vuoichemuoro” (nome battesimale derivatogli da una gaffe linguistica nel programma televisivo, perché, diciamolo, dopo 5 anni in Italia, lo chef non ha appreso ancora le basi della lingua!) portò sempre avanti la sua concezione di cucina, annemicandosi molti concorrenti del foodshow.

E così, tra una pubblicità di pasta sfoglia, spot di maionesi americane e la pubblicazione di libri,  tra cui“Giuseppino”, in cerca d’ispirazione, decise di salire sul suo destriero e raggiungere la torre remota degli studi televisivi; lì rinchiusa nelle catacombe di Barbara d’Urso, c’era lei… la Principessa dagli occhi di cerbiatto, alta, bella, e anche tonica, era la Principessa Belen, che grazie al suo “patrimonio artistico” e perché no, anche alle sue gambe, poteva aiutare il giovane Principechef. La “grande esperienza” in ristorazione della principessa e la possente vena imprenditoriale del principechef, avrebbero dato vita ad luogo di convivio in cui  i commensali, reali-vip e non, potessero consumare un hamburger o una zuppa nello stesso luogo. Cosi, insieme a due marchesi non molto popolari come loro, decisero di risollevare un vecchio locale milanese, che prende il nome da un salotto di parrucchieri, “Ricci”.

Ma le favole ora le lasciamo ai bambini, perché quello di cui parleremo non è una vera e propria favola. 

 

Mosso dal desiderio di “collaudare” anche io questo nuovo connubio creato dalla Show-Girl, lo Chef e due imprenditori poco conosciuti e mai citati – Luca Guelfi e Simona Miele – una sera di giugno, un anno dopo l’apertura, ho deciso di recarmi nel ristorante di Bastianich, per entrare anche io nel ristorante di cui si parla e riparla.

Mi limiterò nelle righe che seguiranno ad esprime il frutto della mia personale esperienza e la più umile opinione da profano.

Mi reco in Piazza della Repubblica 27, In compagnia di alcuni amici, e vengo accolto dal buttafuori del locale, che non in accordo col cameriere, ci chiede il nome della prenotazione; segue nuovamente la stessa richiesta da parte del cameriere e sono già passati 5 minuti di attesa all’ingresso, non che il locale fosse poi così pieno da non poter farci accomodare, ma comunque tra le tre prenotazioni della serata, spunta quella a mio nome. Dunque cominciamo con una scarsa comunicazione tra il personale di sala e il buttafuori che accoglie gli ospiti.

L’accoglienza e il Design:

Entrando dall’ingresso mi trovo di fronte questo grande banco bar con top retroilluminato, con una vasta scelta di liquori; l’atmosfera, a mio parere, è un po’ cupa, quasi come se tutte o quasi tutte le luci fossero fulminate,qualcuno ha dimenticato di pagare le bollette? Grandi e maestosi lampadari in vetro di murano, coronano sul soffitto, ma la luce è pur sempre inesistente. L’arredo è ispirato agli anni ’40,con un tocco di contemporaneità. Guardando in basso si può ammirare il parquet antico con motivi floreali intagliati nel legno e attorno ai tavolini in marmo, negli angoli della sala, si possono scorgere dei tipici divanetti in pelle che richiamano i bistrot parigini.

 

Servizio e cena:

Il caso vuole che il tavolo scelto è “strategicamente” e casualmente accanto quello del caro Bastianich, che è in compagnia di alcuni amici. Il cameriere, dopo averci fatto accomodare, porta subito il menù al tavolo, o dovrei dire i manifesti 50×70 su cui è scritto il menù; la dimensione della carta è eccessiva, tanto da non poter essere posta sul tavolo perché d’intralcio. 

 

 

Ha inizio la nostra cena composta dalle seguenti pietanze preparate, a detta del cameriere, dallo Executive chef Christian Anfuso:

 

APPETIZERS:

-TUNA TACOS (16€) – Tacos di tonno con avocado e coriandolo.

-AVOCADO TOAST (18€) – Pane di segale con avocado, salmone scozzese affumicato e uova in camicia.

-GAZPACHO & BURRATA (15€) – Gazpacho di pomodori e cetrioli servito

con melanzane croccanti e burrata.

 

PASTA AND SOUP:

-NEW ENGLAND CLAM CHOWDER (14€) – Tipica zuppa del New England con crema di patate e vongole.

 

MAIN COURSES:

-BEEF TENDERLOIN (36€) – Filetto di manzo piemontese alla griglia con puré di patate e tartufo nero

-CURRY SALMON (26€) – Salmone in padella con salsa al curry e asparagi croccanti.

 

DESSERTS:

-KEY LIME PIE (8€) – Torta al lime delle Isole Keys Florida.

-CLASSIC TIRAMISÙ (8€)

-WARM BROWNIE & VANILLA ICE CREAM (8€) – Brownie tiepido con gelato alla vaniglia.

Il tutto “annaffiato” con un Rosato di Refosco 2014, COF DOC, Bastianich, Friuli (28€). 

 

Da notare che nel menù non sono presenti né menzionati gli allergeni presenti all’interno dei piatti, ma approfondiremo in seguito.

 

Il cameriere si dimostra molto capace e, con molta professionalità, versa il vino ad ogni commensale, quasi come fosse un rituale, col giusto tempo che impiega il vino a scivolare dolcemente nel calice. 

Il refosco di Bastianich si rivela un’ottima scelta per una cena informale, sfiorando il palato con freschezza e una nota di acidità.

Un rosato intenso, colorato, pieno di aromi di petali di rose, fragole fresche, viole e buccia d’arancia, che sposa bene varie tipologie di cibi.

NOTA:

L’aspetto negativo per un food addicted, è che per via della scarsa illuminazione, se sprovvisti di flash e fari, è impossibile ottenere delle foto presentabili dei piatti  ed è per questo che ho dovuto ricorrere a quelle presenti online, ma questo è un discorso che esula dal giudizio.

 

Con una ridotta attesa, ci vengono serviti gli antipasti: il Tuna tacos è ben presentato, con una griglia che tiene i 5 tacos guarniti di una tartare di tonno e decorati con fette sottili di ravanello. Sapore delizioso, gusto semplice e fresco.

L’avocado toast si presenta in un piatto, che sembra un parco giochi pieno di confusione, fette di pane spalmate di avocado, sopra il quale è posto un uovo in camicia, bene eseguito e adornato di insalata mista messa a caso. Nulla di sensazionale e poco piacevole alla vista.

Il Gazpacho con burrata è una rivelazione, un’ esplosione di sapori tra il gazpacho, rigorosamente freddo, e la burrata che si scioglie al centro della scodella nera, con cui il piatto è servito. La presentazione è adornata da melanzane croccanti tagliate à la julienne molto piacevoli anch’esse.

 

Veniamo ai punteggi ottenuti mediante una media tra i voti dei commensali:

TUNA TACOS: Presentazione 6   Gusto 7

AVOCADO TOAST: Presentazione 5  Gusto 5

GAZPACHO & BURRATA: Presentazione 7   Gusto 7

 

Proseguendo con la cena, ci viene servito l’unico primo ordinato e i due secondi. In merito al discorso degli allergeni trattato prima, mi viene servita la New England clam chowder, che a detta del menù, è una zuppa con crema di patate e vongole. Non avendola mai provata prima e dunque non conoscendo la ricetta, non potevo immaginare che mi venisse servita una crema di panna con all’interno dei pezzetti di patate e vongole, accompagnata con un pacchetto di cracker, confezionati che neanche alla mensa universitaria. Essendo intollerante al lattosio, sarebbe stata gradita l’informazione della presenza di panna in quantità industriale. La “zuppa” o Pannacotta, sarà stata anche perfettamente concepita, ma il piatto è tornato quasi pieno in cucina.

Il Curry salmon viene servito in un piatto bianco con questo grande pezzo di salmone saltato in padella, decorato da una pioggia di asparagi “croccanti”, se vogliamo dirla tutta, poco cotti. Piatto saporito, ma poco elegante alla vista.

Con Beef Tenderloin, i miei occhi ritrovano serenità e anche il mio palato. Un elegante filetto di manzo viene posto al centro del piatto, su un purè di patate (questa volta senza panna) con scaglie di tartufo nero, che gli donano eleganza e raffinatezza. Il filetto si scioglie in bocca e il tartufo nero ne accentua il sapore, con la sua nota penetrante.

 

-NEW ENGLAND CLAM CHOWDER: Presentazione 2- Gusto 4

-CURRY SALMON: Presentazione 5- Gusto 6

-BEEF TENDERLOIN: Presentazione 8 Gusto 8

 

Non ci resta che aspettare il dolce, che a mio parere dovrebbe essere la parte più soddisfacente di un pranzo o di una cena, ma in questo caso, mi sono dovuto ricredere.

Il cameriere, che non è lo stesso che ci ha servito le portate precedentemente, porta al tavolo la forchetta per il dolce, posandola come se nulla fosse sul tavolo in marmo, privo di tovaglia o tovagliolo, facendomi notare le macchie persistenti presenti sul marmo; dunque deduco una poca attenzione, e la necessità di posare la stoviglia, su un luogo igienico o su di un tovagliolo pulito. Aspetto da migliorare.

 

     

I dolci, nella loro semplicità, si rivelano un Flop! O almeno 2 su tre.

Vengo disgustato dall’eccessiva dolcezza della Key lime pie, che mi ricorda quella di California bakery: una base di digestive, sopra la quale è posto un Lemon curd più che una crema di limone, ricoperta da meringa non dorata come si usa, ma con due filaccetti di lime insulsi posti sopra. Gusto eccessivo, stomachevole e presentazione minimale e poco creativa, dall’aspetto di torta preconfezionata. 

Un Classic Tiramisù presentato in un bicchierino di vetro, con l’alternarsi di crema tiramisù e savoiardi. Gusto semplice, nessuna nota negativa, ma sempre poca creatività nella presentazione e nel dare al tiramisù un tocco di classe e un distintivo anche nel gusto.

Penso che nella vita tutti o quasi, abbiano pranzato o cenato occasionalmente presso L’Hard Rock Cafè in qualche capitale. Ho avuto anche io  il piacere di farlo a Roma, in tempi addietro e dove, a fine pasto, ordinaii un Brownies con gelato alla vaniglia, ed è proprio quel brownies che mi è tornato in mente assaggiando il Warm Browne & Vacilla ice cream; dolce dal nome eccentrico e smisurato, che si rivela un semplice Brownies caldo (dal sapore di Nesquik) con sopra il contrasto del gelato alla vaniglia freddo; il mescolarsi termico dei due sapori è la parte più interessante, ma è pur sempre un tipico dolce americano, che appunto può essere trovato anche nei Mc donald. 

 

-KEY LIME PIE: Presentazione 3- Gusto 2 

-WARM BROWNIE & VANILLA ICE CREAM: Presentazione 5- Gusto 5

-CLASSIC TIRAMISÙ: Presentazione 5 Gusto 6

 

 

Nella prima parte della cena, il personale di sala era più presente nel chiedersi se tutto fosse di nostro gradimento; dalla seconda parte in poi, ho riscontrato un’assenza di attenzione per i clienti, che vengono abbandonati dopo il dolce, in quanto, persino per chiedere il conto, bisogna cercare qualcuno al bancone.

 

 

Ricci, una cena gustosa, a tratti, ma priva sia di unicità, e sia di quella nota che mi faccia dire, “Ho mangiato un qualcosa che mi fa venire voglia di tornare da Ricci”. Un’osannata pubblicità, mescolata ad una vena imprenditoriale ben costruita, danno vita ad un Ristorante dallo stile poco definito, e da un menù poco creativo e poco all’altezza dello stampo del locale stesso. Stile poco definito anche dalla Musica in diffusione, partendo con i Metallica, continuando con Lorenzo fragola e Roma Bangkok, finendo, grazie al cameriere sapiente (quello che ci ha accolto), con un disco di Amy Winehouse, musica più adeguata al contesto lounge del ristorante.

 

Andare da ricci può farci sentire si fighi, ma non può offrirci un’esperienza culinaria fuori dagli schemi o dal comune.

 

(Credit imagine http://www.riccimilano.com/food/, Google)

Immagini solo a scopo dimostrativo non fedeli alla recensione in questione.